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Ristoranti

Carlo e Camilla in Segheria

Cenare in un ambiente caldo, inebriante e sexy con i piatti di Luca Pedata e i cocktail di Filippo Sisti

“A cigarette that bares a lipstick’s traces…” Le note di Billie Holiday aleggiano nell’aria, mentre lo sguardo si perde cercando di mettere a fuoco i contorni di questo luogo insolito, fuori dal comune: Carlo e Camilla in Segheria.

L’atmosfera è da subito calda, inebriante e… sexy. Una piccola porticina si apre su un cancello scorrevole di metallo su via Meda 24, ma conoscendo il quartiere niente lascia presagire l’incanto che si cela al suo interno, non fosse per i racconti e le recensioni entusiaste di amici, colleghi e ovviamente della stampa.

Ci stupisci ancora, caro Carlo, e noi non possiamo che esserti grati. Per voi signori, la nuova perla del rinomato chef nostrano. Siamo da Carlo e Camilla in segheria, promessa già mantenuta dei nuovi indirizzi DOC del capoluogo.

Un gioco di contrasti immediati. Il primo: lo spazio. In una Milano sempre più affollata, qui ci si perde, guardando i soffitti altissimi e cercando di capire le dislocazioni degli ambienti, così diverse dallo standard.

Il secondo: il concetto. Due lunghi tavoli a “T” si intrecciano lungo la sala principale, invitando tutti i commensali ad accomodarsi l’uno a fianco all’altro, siano essi amici, compagni o semplici sconosciuti. Così attaccati alla privacy, d’impatto siamo quasi a disagio a sederci di fianco a chissà chi, sensazione subito rimpiazzata da un senso di protezione, da una disinvoltura che si prova in genere quando si esce con un gruppo di cui si conosce soltanto una persona. Quando puoi far finta di essere chi vuoi.

Il terzo: l’ambiente. Una ex segheria post-industriale. Muri scrostati e travi a vista sono miscelati a un arredo minimal, curato nei minimi dettagli dall’art director Tanya Solci, compagna di Cracco in questa avventura. E così, su un tavolo spoglio, senza tovaglie, spicca un fuori produzione entusiasmante di porcellane, Richard Ginori ovviamente. Teiere numerate, piatti, posate e porta vivande di ogni tipo si distendono lungo tutta la lunghezza. Adesso capisco come deve essersi sentita Alice, nel suo paese delle meraviglie, in una casuale cena con il Cappellaio matto. Ricchi lampadari di cristallo e sedute di A.G. Fronzoni e Jasper Morrison completano la scena mescolando le carte dell’insolito.

Poi c’è il bar, tempio sacro di Filippo Sisti, nome noto agli intenditori, che con le sue miscele rende uniche le sue creazioni “sfornando” cocktail da far invidia al più cool dei bar londinesi.

Il quarto: l’esterno. Uno spazio arredato secondo canoni rustici che riproduce situazioni d’altri tempi, di altri luoghi, di vite diverse.

Quinto, ma primo per importanza, nonché assoluto protagonista: il cibo. Sublime delizia. Ma su questo non avevamo dubbi. Luca Pedata, alla guida di una giovane squadra di cuochi entusiasti, crea meraviglie gustative che non vogliamo sminuire con improprie descrizioni. Ogni quarantacinque giorni potrete regalarvi un menù diverso e una scusa per tornare.

Convinti? Noi assolutamente rapiti!

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